Jean-Philippe Chauzy: «In futuro ci contenderemo
gli stranieri, non solo i cervelli ma anche gli operai»
paolo mastrolilli inviato a new york
Gli immigrati sono una risorsa fondamentale per l’economia globale, ma invece di ragionare su come attirarli e integrarli, stiamo a combattere ogni giorno con dei miti negativi che hanno radice solo nel pregiudizio. Intanto il mondo cambia, e molti Paesi rischiano di perdere per sempre il treno della ricchezza». Jean-Philippe Chauzy è il direttore della comunicazione per l’International Organization for Migration, l’agenzia di Ginevra che da 60 anni studia i flussi migratori, e ha preparato il nuovo «World Report» che verrà pubblicato alla fine del mese.
Quali sono i miti di cui parla?
«La maggior parte degli immigrati arriva attraversando i confini internazionali: falso, il grosso delle migrazioni è interno. Il flusso va dai Paesi in via di sviluppo verso quelli sviluppati: falso, l’80% degli spostamenti nel Sud del mondo avviene tra Stati confinanti. Il numero degli immigrati internazionali è fuori controllo: falso, aumenta in maniera progressiva, ma è sempre rimasto intorno al 3% della popolazione mondiale complessiva. L’immigrazione rappresenta un peso per le economie dei Paesi di destinazione: falso, negli Stati Uniti i cittadini nati in America guadagnano 37 miliardi di dollari all’anno grazie alla ricchezza prodotta dai lavoratori stranieri, in base ai dati del Council of Economic Advisers della Casa Bianca. L’immigrazione prosciuga le risorse dei Paesi d’origine: falso, nel 2010 le rimesse verso i Paesi in via di sviluppo sono arrivate a quota 325 miliardi di dollari, cioè il doppio di tutti gli aiuti internazionali, e spesso fanno la differenza se una famiglia riesce a mettere il cibo sulla tavola o no. Secondo uno studio fatto in Italia, la gente crede che gli immigrati siano il 25% della popolazione, mentre arrivano solo al 7%. Lo stesso rilevamento ha dato risultati ancora più preoccupanti negli Usa: 40% di presenza percepita, contro il 14% di presenza reale. Vado avanti?».
Passiamo a quello che sta accadendo ora. Che impatto ha avuto la crisi economica sulle migrazioni mondiali?
«Meno di quanto ci si potesse aspettare. E’ vero che le rimesse sono un po’ scese, ma stanno già risalendo. La flessione nel numero degli immigrati poi è stata molto ridotta, anche perché la maggior parte di loro non ha le risorse per tornare nel Paese d’origine. La verità è che la forza lavoro serve ovunque, e non è prevedibile una riduzione a breve dei flussi».
Coma sta cambiando, nel lungo termine, l’immigrazione?
«Due elementi soprattutto: l’aumento degli spostamenti delle donne come capo famiglia, e i flussi Sud-Sud. Faccio degli esempi pratici: il Messico ormai viene visto come una destinazione, al posto degli Stati Uniti, per chi viene da Venezuela, Colombia, Bolivia, Guatemala e vari altri Paesi centramericani. Nel Sud-Est asiatico, chi lascia Vietnam, Cambogia, Laos, Birmania, va soprattutto in Thailandia. Le migrazioni dell’Africa subsahariana hanno ormai da tempo il Sudafrica come obiettivo principale. Anche nell’Africa occidentale molti lavoratori poveri preferiscono andare dal Burkina Faso al Ghana, piuttosto che lanciarsi in pericolose avventure fuori dal loro continente. Più crescono i Paesi in via di sviluppo, più diventano la meta preferita per i vicini».
Quanto influiscono i cambiamenti climatici?
«Sempre di più. Le migrazioni stagionali non sono una novità, ma ora sono spesso determinate dagli effetti dei cambiamenti climatici e diventano permanenti. Nel caso dei piccoli Stati insulari, poi, si corre il rischio che spariscano dalla faccia della Terra».
Se questo è il quadro, nel futuro dobbiamo aspettarci una competizione serrata tra i diversi Paesi per attirare la forza lavoro?
«Sì, soprattutto nel senso che cambieranno i settori ai quali dovremo applicare questo concetto. La competizione per i lavoratori altamente qualificati, gli scienziati, i cervelli, c’è sempre stata, almeno nel mondo occidentale. Ora però si allargherà ai lavoratori di livello più basso, come il personale che baderà all’anziana popolazione europea, mentre la corsa ai cervelli si estenderà ai Paesi emergenti, che cercheranno di portarli via agli altri».