“Occidente, nessun muro può fermare gli immigrati”

L’economista indiano Jagdish Bhagwati: “Espellere i clandestini non serve: ritornano. Bisogna accettare il fatto che sono qui”

di Mario Baudino

E’ riconosciuto come uno dei più importanti studiosi – e teorici – del commercio internazionale, docente alla Columbia e ascoltatissimo consigliere di organismi come le Nazioni Unite o il Wto. Jagdish N. Bhagwati, nato a Mumbai nel ‘34, vive in America ma ha mantenuto orgogliosamente la cittadinanza indiana, e c’è sicuramente la sua opera di studioso dietro il grande sviluppo economico del Paese, dove torna ogni volta che può, fedele all’idea che gli «emigrati intellettuali» devono coltivare un principio di «lealtà». In agosto ha pubblicato una lettera aperta al presidente Obama, ribadendo una sua idea chiave: il timore che i liberi commerci con i Paesi in via di sviluppo tolgano posti di lavoro nei Paesi ricchi è infondato. Qualcosa di molto simile pensa dell’immigrazione, non quella di alto livello ma quella delle masse povere, e lo ha spiegato ieri alla Fondazione Einaudi di Torino aprendo un convegno su questi temi organizzato dal Centro studi Luca d’Agliano, con il Centre for Economic Policy Research, la Commissione Europea e la Compagnia di San Paolo. La sua analisi riguarda gli Usa, dove la politica sull’immigrazione, spiega, è andata incontro a un clamoroso fallimento. Ma può estendersi a tutto l’Occidente, Europa compresa.

Professore, la questione è economica ma anche e forse soprattutto etica. Lei è uno studioso dell’immigrazione. La ritiene un fenomeno storico, o un diritto di ogni essere umano?

«Il problema è tutto qui. Emigrare, andare via in cerca di salvezza o di miglior fortuna, è un diritto naturale, che per fortuna oggi viene generalmente riconosciuto. Entrare in un altro Paese è tutta un’altra questione. Gli animali difendono il loro territorio. E le persone spesso si comportano alla stessa maniera».

Senza riuscirci?

«La mia analisi sulla politica americana giunge a questa conclusione: arrestare i flussi di immigrazione è impossibile. Abbiamo costruito una barriera difensiva sulla frontiera con il Messico che nel ‘92 costò 326 milioni di dollari e nel 2010 è arrivata a farcene spendere 2958. Si sono lanciate operazioni di sapore bellico senza alcun risultato. Anzi, l’immigrazione illegale è aumentata. Questa era la politica di Clinton. Ora con un altro presidente democratico, Obama, si è inasprita la pressione su quanti sono entrati nel Paese, fino alla vera e propria privazione dei diritti elementari. E anche qui senza risultati perché l’idea di essere disumani con gli immigrati non fa parte della cultura americana».

Se ce la fai a passare, magari a prezzo della vita, poi ti tratto bene. Non è ipocrita?

«Semmai è un atteggiamento schizofrenico. Se non vedi che cosa succede alla frontiera, stai tranquillo. La parte sinistra del cervello ti dice: sono illegali. La parte destra invece ti ripete: sono immigrati, e noi siamo un Paese di immigrazione. È un atteggiamento molto americano, ma mi piace ricordare quel che disse Max Frisch, lo scrittore svizzero, a proposito proprio degli immigrati italiani del dopoguerra: abbiamo chiamato braccia e sono venuti uomini».

E da uomini vanno trattati.

«A questo punto non li puoi espellere. Anche perché non serve a nulla. Ritornano. Anni fa propendevo per una maggior tutela dei confini. Ora dico: accettiamo il fatto che sono qui. Il confine resta un elemento simbolico, ma di lì in poi lasciamo che gli Stati, parlo degli Usa, competano. Gli immigrati si spostano, gli Stati “cattivi” perdono forza lavoro, quelli “buoni” ne guadagnano».

Anche con la recessione e la crisi mondiale?

«Certo non è un buon periodo per mettere mano alle legislazioni. Però resta vero che quella americana ha fallito. Alla fine, il numero degli immigrati non è un problema. Sono semmai le leggi sbagliate che lo fanno crescere. Dobbiamo riconoscere che non c’è modo di impedire alla gente di spostarsi, e nel caso di venire in America. Ai miei studenti faccio spesso l’esempio di Al Capone: in pieno proibizionismo, i suoi camion di whisky arrivavano regolarmente a destinazione. So che è una posizione molto controversa, ma non ci posso far nulla».

Vale anche per l’Europa?

«Forse voi pagate ancora una mentalità imperiale. Arrivano dalle vostre ex colonie, questo può provocare un senso di superiorità, sbagliato. In America è diverso. E poi, sa quando la frontiera del Rio Grande ha cominciato a diventare un problema? Nel ‘24, quando si bloccò l’immigrazione soprattutto di cinesi e giapponesi per la costruzione delle ferrovie. I messicani prima, e gli altri latino-americani subito dopo, presero semplicemente il loro posto».

Ma una politica delle porte aperte regge dal punto di vista economico?

«Le rispondo con una battuta che circola fra gli economisti: sul Rio Grande le imprese che lavorano alla barriera col Messico si bloccano improvvisamente. Che è successo? Semplice: non ci sono più clandestini da far lavorare».

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