Sollevazioni Arabe: Rinnovamento e Speranza
Quello che sta succedendo nel mondo arabo e in particolare in Tunisia e in Egitto, come in gran parte dell’area araba, sta a dimostrare che è terminato un periodo nel quale quasi tutti i paesi arabi hanno convissuto con la paura. Hanno convissuto con la repressione, spesso feroce, con sistemi assolutamente autoritari, dittatoriali, dispotici, con una componente di corruzione molto evidente, con dei regimi che hanno escluso per anni buona parte della popolazione dalla partecipazione alla vita pubblica e politica, non solo impaurendo ma anche impoverendo. In conseguenza di tutto questo le manifestazioni di oggi sono caratterizzate da due elementi: da una parte la rivendicazione della libertà e dall’altra parte la richiesta di giustizia sociale e soprattutto la richiesta di dignità.
Dopo la caduta del muro di Berlino nell”89 il mondo arabo è rimasto fuori da qualsiasi dialettica di cambiamento, le manifestazioni di oggi dimostrano che il clima di paura e di terrore è terminato e siamo di fronte all’avvio di un nuovo processo. Quali saranno le fasi, i traguardi, le interpretazioni della vita pubblica è tutto da vedere, ma intanto queste manifestazioni danno un segnale molto preciso: le popolazioni dei paesi arabi non sono più disposte a sopportare né le condizioni economiche né le condizioni politiche in cui vivevano da anni.
Vorrei utilizzare un’immagine per esplicitare meglio la condizione in cui si sono trovati questi popoli, ossia quella di un triangolo, che ha funzionato in tutti questi anni come un recinto di repressione e di dispotismo assoluto. Un triangolo composto, per un lato, dall’ondata di un certo integralismo religioso che era privo di una progettualità e chiarezza, di una reale interpretazione dei bisogni e delle esigenze delle popolazioni; per un altro lato dai sistemi di governi secolari, dispostici, familistici e spesso corrotti; come terzo lato infine l’ingerenza di potenze straniere che hanno sorretto i regimi, un appoggio che certamente ha giocato un ruolo determinante nel favorire per lunghi decenni l’operato si combriccole autoritarie e violente. Le potenze straniere che hanno sostenuto questi regimi spesso sono rimaste in silenzio rispetto alle violazioni di diritti elementari delle popolazioni.
Oggi tutti questi elementi che hanno sorretto i regimi dell’area si trovano in crisi di fronte a quello che è avvenuto, ai movimenti di base che si sono ribellati alla loro condizione. Sia nel caso egiziano sia in quello tunisino i partiti detti di opposizione ufficiale – ma un’opposizione spesso meno che decorativa – sono stati scavalcati, ma anche la stessa opposizione, quella reale, quella che ha vissuto per decenni in una situazione di repressione quasi totale, è stata scavalcata da queste forze popolari che ora stanno rivendicando – pagando anche un alto prezzo- un accesso alla partecipazione politica e un nuovo ruolo dello stato come garante delle esigenze di larga parte della popolazione.
Quel triangolo su cui si basavano questi regimi è ora in frantumi; sia i regimi, sia gli stessi movimenti integralisti, sia le potenze straniere si trovano in forte difficoltà di fronte agli avvenimenti attuali. C’é da dire che questi movimenti non nascono dal nulla, non nascono come mera sollevazione spontanea per rivendicare il pane; stiamo parlando di popoli che hanno una storia millenaria, hanno una coscienza e un senso di sé come tanti altri popoli nel mondo, soprattutto hanno una storia di lotta di liberazione dal giogo del potere colonialista. In alcuni periodi le popolazioni si sono mosse in termini di rivolta, di ribellioni, anche se, essendo popolazioni disarmate senza aiuti esterni, spesso sono state represse nel sangue. attualmente sembra che la paura e la repressione non siano più sufficienti per arginare le rivendicazioni che chiedono la fine di regimi impopolari, della corruzione, del marciume, per ottenere giustizia sociale, libertà e dignità.
Elementi determinanti sono la mancanza di libertà e l’insicurezza dei cittadini. Il sentirsi perseguitati (perfino in casa propria) come persona umana, ha avuto un peso notevole e importante. Ricordiamoci inoltre che, se negli anni ’60 e ‘ 70 questi stati hanno avuto un percorso economico garante una redistribuzione del reddito e la creazione di un minimo di Welfare, oggi questo è venuto meno, molte proprietà dello stato sono state privatizzate, anzi in molti casi accaparrate, “familizzate” dai parenti di chi gestiva il potere.
Il ruolo di Al-Jazeera e i social network
In regimi così repressivi non ci sono neppure luoghi dove la gente può ritrovarsi; spesso non ci sono né spazi né riferimenti per le organizzazioni della società civile. Per questo strumenti come Twitter, facebook, cellulari, sms sono diventati sussidi per scambiare informazioni, per far sapere cosa sta accadendo nei vari luoghi, nelle varie situazioni. Oggi le connessioni sul piano telematico sono fortissime, sono connessioni che accorciano le distanze, anche popolazioni lontani dai luoghi del potere sono in grado di connettersi, accedere alle informazioni, acquisire conoscenze.
Da decenni assistiamo anche all’evolversi di una società civile mondiale dove avviene uno scambio di linguaggi, di temi come la giustizia, la libertà. Negli ultimi decenni questi processi sono divenuti più celeri. La televisione Al-Jazeera ad esempio è diventata un luogo virtuale dove le persone possono partecipare, riconoscersi in una serie di contenitori culturali e politici, dove vengono continuamente svolti dibattiti su temi sensibili, delicati in cui vengono presentati punti di vista completamente diversi. Al-Jazeera è una televisione commerciale, non è una televisione militante o impegnata o politicamente schierata, però nel panorama arabo in tutti questi anni ha rappresentato una novità da quando è nata (circa quindici anni fa). Nel caso di quello che è avvenuto in Tunisia, di fatto, da metà dicembre Al-Jazeera è stata censurata nel momento in cui il regime ha capito l’importanza delle capacità di questa televisione di seguire le rivolte nei diversi luoghi del Paese, il luogo dove i tunisini si informano sui loro accadimenti e sulle manifestazioni di sostegno delle altre popolazioni arabe. Durante una trasmissione un cittadino tunisino intervistato ha detto che il 70% di quello che è avvenuto, il successo della rivolta è stato reso possibile grazie ad Al-Jazeera, non perché l’emittente fomentava o sosteneva, ma perché documentava, faceva vedere quello che avveniva, mentre la televisione di stato nascondeva.
Leggere I fatti
Le date del 14 ed 25 gennaio 2011 saranno incise nella profondità dell’immaginario delle genti arabe. Popolazioni che da lunghi anni sono in attesa di riscatto per scrollarsi di dosso un orribile cumulo di fallimenti e di sconfitte sui tutti piani e specialmente il perpetuarsi delle sofferenze dei palestinesi e la drammatica situazione delI’Iraq.
Questa rivoluzione è nata dal basso, senza alcun sostegno esterno, a differenza delle “rivoluzioni a colori” sostenute da potenze straniere. Sono manifestazioni non funzionali a nessun progetto di potenza grande, media o piccola, sono manifestazioni di disobbedienza civile, disarmate, quindi non violente e questo confuta il fatto che da anni si va sostenendo in Europa, che la società musulmana si identifica con la violenza. La seconda questione è che con queste manifestazioni non ci si muove per questioni religiose, per difendere chissà quale astratta sacralità, ma per difendere la dignità di quei cittadini. Sono manifestazioni povere, non hanno neanche molti striscioni, sono manifestazioni dove si scrivono cartelli a mano, dove le parole d’ordine sono la libertà, la dignità, la democrazia, no al dispotismo (Istibdad), no alla corruzione (Fasad). La forza di queste manifestazioni è che sono sostenute da esponenti dei ceti medi, dagli operai , dai contadini, dalle donne, dagli uomini, dagli anziani e dai giovani. Sono movimenti popolari, non particolarmente ideologicizzati.
Questi movimenti non nascono, come si dice in Europa nel gergo politico, perché ci sono delle avanguardie che fomentano, che guidano. Le avanguardie se ci saranno nasceranno da questi movimenti, emergeranno le persone che hanno partecipato effettivamente. Non è da trascurare la presenza di realtà politiche con un certo radicamento e le precedenti mobilitazioni e rivolte che rappresentano dei riferimenti significativi per gli attivisti di oggi.
Oltre alle forze politiche a favore di un radicale cambiamento ci sono dei gruppi che hanno molti legami con vecchie e nuove potenze coloniali, ci sono personaggi che possono riciclarsi, possono rivendicare un linguaggio liberale, possono fare delle aperture di un certo tipo, molto moderate, con aggiustamenti di facciata, ma stanno attendendo l’occasione per inserirsi nel gioco e controllarne gli effetti. Certo le potenze esterne tenteranno delle strategie per impedire, far abortire, stroncare, nei migliori dei casi trovare un compromesso per aggiustamenti timidamente liberali sul piano politico e sul piano economico. Ma non credo che siano sufficienti per dare risposte a esigenze di società dove circa il 60% della popolazione è giovane, con livelli di istruzione molto alti, aspettative molto alte, diverse dai loro genitori. Si ha a che fare con una nuova fascia della popolazione molto estesa che si sente totalmente esclusa, per cui gli aggiustamenti di facciata non potranno reggere a lungo, ma ci sarà bisogno di riforme radicali sul piano sia politico che economico, perché la gente ormai rifiuta condizioni invivibili e il servilismo come ricetta per accedere a un nuovo progresso.
Gli avvenimenti che stanno scuotendo le società arabe e travolgendo i vari vassalli e satrapi dimostrano: 1) che le popolazione hanno superato la paura che li ha paralizzati per decenni trovando la forza di sconfiggere la cultura dell’intimidazione e del terrore che i tiranni hanno usato e usano come unico modo per governare; 2) che le élite, spesso secolari, non sono altro che combriccole familistiche di stampo mafioso; 3) che i poteri dell’occidente democratico hanno sostenuto regimi corrotti e violenti mettendo in primo piano i propri interessi materiali dimenticando del tutto la cultura dei diritti umani, della quale fanno uso, non di rado, in termini meramente strumentali; 4) una maturità e una consapevolezza politica delle fasce giovanili smarcata da riferimenti ideologici novecenteschi; 5) che larghi settori assumono la nonviolenza e la disobbedienza civile come prassi per rivendicare i propri diritti e la propria dignità, quindi smentendo e confutando il luogo comune che vuole le società arabe imbevute di violenza e di fanatismo religioso, appiattendo l’immagine degli arabi sulla figura di Bin Laden e di al-Qa‘aida; 6) l’assenza di retorica anti occidentale – non sono stati presi di mira né interessi né persone né simboli occidentali – e il sapere parlare un linguaggio transculturale in grado di comunicare in un mondo di differenze e di molteplicità attraverso parole d’ordine quali dignità, libertà e giustizia.
Quali scenari?
In molti si chiedono quali saranno le conseguenze di queste sollevazioni. Si può tentare sommariamente di indicare due plausibili cambiamenti, uno di natura interna e l’altro di natura esterna. Relativamente alla realtà interna, si potrebbe avviare un corso politico caratterizzato dal riconoscimento di soggetti politici diversi che tenderanno a posizionarsi in un primo momento nel nuovo scenario creatosi e in un secondo momento competeranno per l’acquisizione del consenso popolare tramite le urne. In questo panorama le varie visioni di stampo islamico giocheranno certamente un ruolo significativo, tuttavia non si tratterebbe di un ruolo totalizzante e egemonico, a differenza di quello che sostengono alcuni analisti. Anche se qualche formazione islamica occuperà una posizione determinante nei nuovi assetti sarà comunque molto vicina all’esperienza dell’attuale compagine turca democratico-islamica e quindi avrà delle similitudini con alcune delle esperienze democratiche cristiane in Europa. Riguardo al secondo aspetto, cioè quello esterno, i cambiamenti saranno più lenti e si svilupperanno con una certa cautela. Uno dei cambiamenti prevedibili riguarderà un ripensamento delle relazioni interarabe in funzione di una maggiore collaborazione al fine di ripristinare un qualche ruolo sulla scena mondiale e acquisire un peso politico rispetto ad alcuni temi caldi e sensibili, come per esempio la questione del popolo palestinese, la situazione della Somalia e i rapporti con l’Iran. In oltre si cercherà di smarcarsi da alcune decisioni della politica statunitense e di trovare una voce autonoma, senza doversi appiattire sulle scelte di Washington com’è avvenuto negli ultimi decenni (per esempio la partecipazione alla guerra contro l’Iraq, l’appoggio alla guerra contro l’Afghanistan e l’adesione ad un eventuale attacco contro l’Iran).
Quello che è certo e lo dimostrano gli accadimenti in atto, è che le genti arabe hanno già conquistato un ruolo determinante nell’agenda politica sia nazionale che internazionale, avendo oggi una perfetta consapevolezza del proprio ruolo, dei propri diritti e della propria dignità.
Il caso Libia
I fatti libici e gli sviluppi sul terreno, finora, dimostrerebbero alcune differenze rispetto ai due vicini Egitto e Tunisia. In questa sede ci preme sottolineare due aspetti che ci sembrano centrali: le risorse petrolifere e la composizione della popolazione. Il petrolio suscita l’interesse di diversi paesi, in primis, la Francia, il Regno Unito gli USA e non solo, che stanno creando tutte le condizioni per legittimare un eventuale intervento militare. La presenza di navi da guerra anche canadesi sta a dimostrare mire di accaparramento petrolifero nell’era post-Gheddafi. Presenza militare, pressioni diplomatiche, sanzioni e congelamenti dei beni all’estero sono provvedimenti che non si sono visti in precedenza, né nel caso egiziano né in quello tunisino, come non si vedono nel caso dello Yemen.
Riguardo all’aspetto della composizione sociale in Libia persiste ancora un forte sentire comunitarista, localista e particolaristico che non di rado tende a sostituirsi ad una visione politica inclusiva. A ciò, forse, andrebbe attribuito il mancato coinvolgimento di diversi settori e fasce della popolazione nelle proteste, a differenza di quanto avvenuto nei due paesi contigui. Proprio in questi giorni seguendo le varie dichiarazioni e diversi pronunciamenti di alcuni esponenti dell’opposizione libica si nota un notevole divario con le voci dei movimenti egiziani e tunisini. Questi ultimi hanno reso con molto chiarezza la presenza di una società civile dinamica e vivace, una società in grado di elaborare una visione unitaria malgrado le differenziazioni esistenti.
Tali aspetti rischiano di rendere il cammino della rivolta libica molto più tortuoso, cruento e potrebbero aprire il paese a scenari drammatici che lo avvicinerebbe alla traumatica esperienza irachena o alla tragedia somala.