Gli arabi: sollevazione, rinnovamento e speranza

I fatti e la complessità

La trattazione dei temi relativi alle società arabo-musulmane, per lunghi anni, gravitava prevalentemente intorno al presunto “scontro di civiltà” nel quale l’islam veniva presentato come una minaccia alla convivenza, alla democrazia, ai diritti umani, alla laicità e così via. Una lettura che, a mio parere, ha appiattito una realtà variegata e complessa alla mera caricatura di tipo dottrinale senza prendere in considerazione né l’evoluzione delle società arabe né le contraddizioni insite nelle dinamiche socio-culturali e politiche che  sono venute a crearsi nei diversi paesi arabo-islamici.

Gli avvenimenti che stanno scuotendo l’ordine costituito e travolgendo i vari regimi di satrapi dimostrano: 1) che significativi settori assumono la nonviolenza e la disobbedienza civile come prassi per rivendicare i propri diritti e  la propria dignità, quindi smentendo e confutando il luogo comune che vuole le società arabe  imbevute  di violenza e di fanatismo religioso, appiattendo  l’immagine degli arabi sulla figura di Bin Laden e di al-Qa‘aida; 2) l’assenza di retorica anti occidentale – non sono stati presi di mira né interessi né persone né simboli occidentali – e il sapere parlare un linguaggio transculturale in grado di comunicare in un mondo di differenze e di molteplicità attraverso parole d’ordine quali dignità, libertà e giustizia; 3) che  le élite,   spesso  secolari,  non  sono altro che combriccole familistiche di stampo mafioso; 4) che le popolazione hanno superato  la paura che li ha paralizzati per decenni e, di fatto hanno trovato la forza di  sconfiggere la cultura dell’intimidazione e del terrore  che i tiranni  hanno usato e usano  come unico modo per governare; 5) che i poteri dell’occidente democratico hanno sostenuto regimi corrotti e violenti mettendo in primo piano i propri interessi materiali dimenticando del tutto la cultura dei diritti umani, della quale fanno uso, non di rado, in termini meramente strumentali; 6) una  maturità e una  consapevolezza politica delle fasce giovanili smarcata da riferimenti ideologici novecenteschi;

Quali scenari?

Dopo la caduta del muro di Berlino nell”89 il mondo arabo è rimasto fuori da qualsiasi dialettica di cambiamento, le manifestazioni di oggi dimostrano che  siamo di fronte all’avvio di un nuovo processo. Quali saranno le fasi, i traguardi, le interpretazioni della vita pubblica è tutto da vedere, ma intanto queste manifestazioni danno un segnale molto preciso: le popolazioni dei paesi arabi esprimono con chiarezza un desiderio di partecipazione nella vita politica   e la necessità di avere un ruolo per definire nuovi orientamenti nella sfera pubblica.

In molti si chiedono quali saranno le conseguenze di queste sollevazioni. Si può tentare sommariamente di indicare un plausibile cambiamento  Relativo  alla realtà interna, si potrebbe avviare un corso politico caratterizzato  dal riconoscimento di soggetti politici diversi che tenderanno a posizionarsi in un primo momento nel nuovo scenario creatosi e in un secondo momento competeranno per l’acquisizione del consenso popolare  tramite le urne. In questo panorama le variegate visioni di stampo islamico moderato e riformista giocheranno certamente  un ruolo significativo, tuttavia non si tratterebbe di un ruolo totalizzante e egemonico, a differenza di quello che sostengono alcuni analisti. Anche se qualche formazione islamica occuperà una posizione determinante nei nuovi assetti sarà comunque molto vicina all’esperienza dell’attuale compagine turca democratico-islamica e quindi avrà delle similitudini con  alcune delle esperienze democratiche cristiane in Europa.

Potere temporale e religione

Una questione di notevole importanza che si pone in questa fase di transizione è quella del rapporto tra il potere temporale e la religione. Il clima creatosi attualmente potrebbe favorire un dibattito che approfondisce tale tematica.  Essa per la verità è stata oggetto di discussione in diversi periodi della Umma islamica e in particolare durante il periodo tra la fine dell’800 e inizio ‘900, quando il movimento riformista ha cercato di affrontare tale controversia suscitando infinite discussioni e in parte anche una forte resistenza da parte delle correnti religiose conservatrici. Una figura di spicco di questo dibattito è stato l’egiziano  Ali Abdurrazzaq, il quale affermò dopo approfondite riletture della tradizione religiosa che il potere temporale nell’epoca classica dell’Islam ha sempre avuto una propria autonomia rispetto alla religione.

La transizione attuale in alcuni degli stati arabi registrerà necessariamente un certo interesse rispetto a questa controversia anche se non rappresenta una priorità nell’agenda degli attori coinvolti.

Infatti non poche dichiarazioni delle correnti politiche d’ispirazione islamica, quali il movimento della sollevazione (annahda) in Tunisia e il partito del centro (alwasat) in Egitto, rivelano un nuovo atteggiamento tendente ad affermare che lo stato ha una natura civile e autonoma rispetto alla sfera religiosa. Oltre a ciò questi stessi partiti non si dichiarano più partiti prettamente religiosi bensì soggetti politici con dei riferimenti islamici.

Questo orientamento è il frutto di una consapevolezza acquisita rispetto alla complessità e alla pluralità che caratterizza le società musulmane e anche una conseguenza dell’esperienza maturata da parte degli esponenti dell’Islam politico esiliati in Europa.

Rinnovare il modello della Medina.

Il pensiero islamico in questa fase potrebbe rivedere la propria tradizione e i propri riferimenti alla luce degli accadimenti in atto, in cui la società civile dimostra sia il desiderio di rinnovamento, che di avere la capacità di prendere in mano le redini del proprio futuro. Ciò dovrebbe indurre  i pensatori musulmani dei vari orientamenti a tornare ad approfondire alcuni passaggi cruciali della propria storia, da cui attingere quegli elementi utili ad attualizzare certe categorie, soprattutto quelle inerenti al potere politico. A questo proposito sarebbe necessario dare uno sguardo ad una delle esperienze fondative nell’ambito politico, ovvero l’esperienza della comunità di Medina.

La prima comunità musulmana fondata  dal Profeta Mohammad nel 622 nella città di Medina è stata plurale sin dalla sua nascita. Questa pluralità si riscontra anche in numerosi versetti coranici quali ad esempio: E fan parte dei Suoi segni, la creazione dei cieli e della terra, la varietà dei vostri idiomi e dei vostri colori. In ciò vi sono segni per coloro che sanno” (Sura 30, 22).

“Se il tuo Signore volesse, tutti coloro che sono sulla terra crederebbero. Sta a te costringerli ad essere credenti?” (Sura 10, 99).

La diversità e l’uguaglianza ha rappresentato una questione centrale nell’elaborazione del pensiero islamico. La troviamo anche nella stesura del “patto di Medina”, che viene considerato il prototipo di una costituzione moderna: individui di diversa appartenenza (alcuni non credevano alla figura del Profeta in quanto profeta, ma riconoscevano la sua funzione politica e si accordarono sulle norme per regolamentare i rapporti all’interno della nuova comunità.

Il modello di Medina ha caratterizzato tutto lo sviluppo successivo della civiltà musulmana: dal 622 in poi si sono formati diversi  centri plurali. Uno di questi centri è Baghdad, dove il pensiero filosofico greco era materia di studio nei circoli intellettuali frequentati da persone di  diverse fedi religiose che parlavano il greco, l’aramaico, il siriaco oltre certamente all’arabo. Qui vi furono forti dispute e controversie: c’era perfino chi polemizzava  nei confronti del Corano e della figura del Profeta e nonostante ciò i suoi libri venivano discussi pubblicamente.

Sarebbe auspicabile che le opportunità dei cambiamenti venissero accolte per poter interpretare e rinnovare le categorie di riferimento e contribuire a rileggere con attenzione la dinamicità e la ricchezza della propria storia.

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