di SILVANO GUADAGNI Liceo delle Scienze Umane “C. Amoretti” – Sanremo

Cosa prevale nelle persone, il senso di accoglienza e solidarietà o la diffidenza e la paura verso la minaccia?

Questa è la domanda che ci si pone leggendo “Il Mare di mezzo” di Gabriele Del Grande, che  ha collaborato per la seconda volta con l’associazione “Mappamondo” di Sanremo, intervenendo ad un incontro con gli studenti del Liceo delle Scienze Umane “C. Amoretti” di Sanremo, che si è svolto lunedì 21 novembre nella sede della “Federazione Operaia” della cittadina matuziana.

La presentazione del libro di Del Grande è stata coordinata dalle professoresse Antonella Squillace, presidente dell’Associazione “Mappamondo” e Giuliana Dellana.

L’autore affronta il tema dell’immigrazione attraverso una raccolta di storie ed esperienze di vita di persone reali. Il percorso che ha portato lo scrittore toscano a scrivere questo libro inizia nel 2005, quando a Roma stava facendo uno stage presso un’agenzia stampa; all’ennesimo sbarco di migranti avvenuto sulle coste italiane decide di approfondire l’argomento, ricercando negli archivi on-line (non solo della stampa italiana) i dati di tutti i naufragi, delle vittime e dei dispersi avvenuti nel Mediterraneo.

La condivisione della sua ricerca lo porta a collaborare con una televisione svizzera, che gli propone un reportage su familiari e parenti dei dispersi. Dopo aver trovato queste persone Del Grande si trova davanti al classico bivio e prende una decisione coraggiosa: si dimette da giornalista e segue il suo istinto che lo porterà a girare nei diversi paesi che si affacciano proprio sul Mediterraneo. Arriva così a confrontarsi con alcune dittature, come quella della Tunisia, dove durante una rivolta sindacale nella zona mineraria del paese, finisce nel mirino dalle autorità locali, o in Libia, dove durante il regime di Gheddafi era davvero difficile trovare collaborazione da altre persone, perchè la paura di essere scoperti era tanta. Adesso invece, con la caduta del Colonnello, la gente vuole raccontare, e c’è chi parla di parenti dispersi in mare nel tentativo di migrare, di altri che invece sono riusciti ad arrivare.

Ed è proprio questo l’obbiettvo di queste persone, arrivare. Non importa quali siano i rischi, annegare o essere rinchiusi e torturati in appositi centri di identificazione, i cosidetti CIE. In fondo non c’è nulla da perdere.

Coltivare la speranza di poter dare una svolta alla propria vita e provare a realizzare un sogno è già un grande successo per chi si mette in viaggio senza sapere se ce la farà.

: 2011

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